
Quanto volte ce lo siamo sentiti ripetere, per sottolineare l’appartenenza ad un gruppo, affermare la propria identità, disconoscere o prendere le distanze da ideologie “scomode”: il sangue non è acqua!
A parte la considerazione, che scientificamente non è del tutto corretto, perché buona parte del nostro fluido è costituito da acqua (il 90% del plasma è acqua ), vogliamo supportare con esempi provenienti da due culture, la Cine e l’India, destinate a rappresentare in termini numerici gran parte della popolazione mondiale, quanto questo modo di dire assuma i contorni di un dogma.
Nella medicina classica cinese, il sangue è concepito come una forza essenziale per la vita, come il chi (qi), ed ha impatto sulla costituzione della persona dal punto di vista della vitalità fisica e del carattere. La perdita di sangue è considerata nociva alla salute, e si presume che tale credenza giustifichi le basse percentuali di donatori di sangue in Cina. Alcuni antropologi che hanno studiato il fenomeno sul posto, riportano come molte persone sottoposte una volta a donazione, si percepiscano più deboli e pallide, perché hanno perso parte del qi.
Infatti, nella medicina cinese, il sangue e il chi sono allo stesso modo essenziali per la salute e la buona costituzione. Tuttavia, nelle loro manifestazioni, queste sono essenze complementari; mentre il chi scorre liberamente nel corpo attraverso i suoi confini, il sangue deve essere trattenuto. Sia per gli uomini, sia per le donne, la carenza di sangue diminuisce la vitalità (yuanqi) e conduce potenzialmente alla perdita stessa della vita. La perdita di sangue, a causa di ferite o per le mestruazioni è considerata causa di fragilità, tanto da paventare il pericolo di infertilità. Così, a differenza della classica medicina occidentale, la medicina cinese ha raramente utilizzato i salassi, e fa dipendere anche l’amenorrea da una precedente riduzione del sangue, che deve essere reintegrato. Dopo il parto le donne “fanno il mese” (zuo yuezi) di specifiche attività rigeneranti- fra cui una dieta speciale e il non potersi immergere nell’acqua – per poter riacquistare salute e vitalità.
Per la popolazione cinese, l’atto di donare un fluido corporeo non può essere isolato dalla nozione confuciana di corpo, dal potere dei fluidi del corpo di inquinare, dall’importanza del sangue e delle ossa come sorgenti di energia vitale, e dal processo di trasferimento del corpo nell’aldilà.
Spostiamoci un po’ più a ovest, entriamo nella traduzione induista.
Un poster di reclutamento per donatori di sangue, dichiara “rakt-dan punya ka kaam” – La donazione del sangue è il prodotto di una buona azione.
Negli scritti antropologici sugli apparati di remunerazione dell’induismo, le benedizioni (ashirvad), il merito (punya) e i frutti (phal) sono concetti correlati, ma differenziati. Per molti donatori di sangue, tale gesto può grosso modo produrre sia punya sia benedizioni: la differenza è che le benedizioni portano frutti in questa vita piuttosto che nella prossima.
La Croce Rossa indiana, senza mezzi termini, usa come slogan : Date sangue, ricevete benedizioni .
La Banca del sangue del Rotary a Delhi fornisce a ogni donatore una coppa decorata con l’immagine di quattro girasoli che simboleggiano le quattro vite che si possono salvare. La stessa immagine è riprodotta su un manifesto con lo slogan “Salva quattro vite – non una sola”.
Il sangue donato assume una proprietà salvifica non solo in termini terapeutici, ma soprattutto di crediti spirituali. I reclutatori tendono ad attribuire ai donatori un’efficacia che va al di là del semplice aiutare chi riceve la trasfusione. Alcuni, ad esempio, usano la mossa retorica di una massimizzazione proiettiva degli effetti della donazione, sottolineando le sue implicazioni presenti e future in termini di parentela. Un manifesto assai diffuso raffigura un bambino accanto alle parole “La mamma è tornata a casa perché tu hai donato sangue”. Il sangue donato agisce come una sorta di progenitore, garantisce il perpetuarsi di generazioni o linee familiari di qualcuno. Per la sua capacità di salvare le relazioni familiari, dipendenti e discendenti oltre al ricevente primario, il sangue donato si definisce come una sostanza permeata da “potenzialità temporale”. Versi recitati da alunni delle scuole inferiori enfatizzano il valore karmico di questo impegno transgenerazionale causato dal dono: “Sedete e riflettete un attimo/Il sangue che donate può salvare milioni di sorrisi”, “Venite sorelle, venite fratelli, venite avanti tutti/Vincerete il credito di centinaia di migliaia di meriti”, ancora affermazioni quasi inquietanti per noi occidentali, ma che ricordano il periodo preriformista delle indulgenze : “Il sangue che date va alla banca e non saprete mai quando, a chi e dove sia destinato. E non saprete mai quante benedizioni quella persona e la sua famiglia vi hanno mandato. Vi arriveranno e vi daranno forza interiore, non ne conoscerete il mandante, ma passerete la vita in pace”.
Sembra poesia, eppure dietro c’è una studiata strategia di marketing sociale che facendo leva sulle moltiplicazioni proiettive alla base dell’apparato induista di restituzione, promuove la molto tecnologica ed efficace aferesi (donazione con divisione delle componenti), in modo da accontentare tutti. Donatori con crediti spirituali a interessi variabili e più pazienti da curare ed assistere (anche a pagamento perché non si tratta di sistema non remunerato).
Namasté

