
L’embolia gassosa arteriosa (EGA) è la più nota delle complicazioni dell’attività subacquea, ma purtroppo non l’unica.
Quando si risale in superficie dopo un’immersione - sia essa effettuata in apnea o con le bombole - possono verificarsi incidenti di decompressione legati alla formazione di micro-bolle di aria che, penetrate nel circolo sanguigno, possono causare il collasso del polmone, insufficienza cardiaca acuta, shock, alterazioni neurologiche, fino alla morte improvvisa.
La terapia fondamentale di queste complicanze è l’immediata ricompressione in camera iperbarica al fine di ridurre volumetricamente le bolle embolizzanti. (L’elenco dei centri è disponibile sul sito della Società italiana di Medicina Subacquea ed Iperbarica)
La gran maggioranza degli incidenti registrati sono dovuti a errore umano. Ciò vuol dire che sono evitabili attraverso l’addestramento, l’informazione e un’adeguata consapevolezza.
Le embolie gassose arteriose e venose si possono osservare anche per immersione con respiratore a profondità ridotte di poco superiori a 3 metri (EGA in piscina) se non si ha l’accortezza di espirare nella risalita.
In Italia ci sono circa 20.000 subacquei iscritti alla Federazione (FIPSAS-CONI), ma si stima che il numero di appassionati praticanti questo sport sia decisamente superiore e si avvicini ai 600.000, senza contare quelli “della domenica” o gli occasionali che magari sono in possesso di un brevetto ottenuto nel corso di una vacanza nei paradisi tropicali, ma insufficiente a fornire l’adeguata preparazione per fronteggiare situazioni “a rischio” o nelle quali gioca un ruolo importante mantenere il “sangue freddo”.

