Bloodlliwood. Il mito del sangue raccontato attraverso il cinema

Occhiello: 
Gocce
anteprima: 
Il sangue è da sempre elemento ricorrente nell'immaginario collettivo. Ma con il cinema il racconto del sangue diventa un arte
Miniatura: 

“Il sangue è un fluido del tutto particolare”, afferma Goethe nel Faust. È Rosso perché contiene una molecola particolare, l’emoglobina, anche se il fascino dei “sangue blu” ha attirato generazioni di autori e lettori. È profondo perché le emozioni che racconta vengono da molto lontano. Scorre “On the screen” da prima ancora che il cinema avesse colore. Appare nei primi film muti (Intolerance, diretto da David Wark Griffith nel 1916) e continua ancora oggi ad ispirare sceneggiatori e registi di ogni genere. Non smette di suggerire, affascinare, inquietare. Trasformare. Nel cinema gotico la trasfusione di sangue ha il potere di trasformare un individuo in un mostro oppure in un eroe. Basti pensare a Vampyr (Carl Theodor Dreyer, 1932); House of Dracula (Erle C. Kenton, 1945); Dracula (Francis Ford Coppola, 1992) fino a Twilight (Catherine Hardwicke) e alle attualissime saghe di vampiri. 

Il sangue porta in sè l’alchimia meravigliosa attraverso la quale il cibo si trasforma in energia, in forza vitale. Ma suggerisce anche la morte: il sangue che defluisce dalle ferite è vita in pericolo, vita che se ne va. Nel cinema, molto spesso l’utilizzo del sangue è legato a storie cruente e sanguinarie. Cruor è il termine latino che sta ad indicare il sangue versato a seguito di un atto violento e il suo fratello gemello è Sanguis: il liquido vitale che ci lega ai nostri cari. Il farmaco che può salvare la vita. Nel 1901, lo scienziato austriaco Karl Landsteiner ha scoperto i gruppi sanguigni, scoperta straordinaria per la quale ha ricevuto il Nobel nel 1930. Da quel momento in poi la trasfusione di sangue tra individui diversi e compatibili è diventato un mezzo terapeutico e tutt’oggi contribuisce a salvare molte vite.

La donazione volontaria e gratuita del sangue è l’unico modo per garantire le scorte necessarie di sangue e le cure appropriate a tutti quelli che ne hanno bisogno.

Le arti e il cinema ci raccontano come è cambiata la donazione del sangue nell’immaginario comune. Da salvifica e buonista, ad un gesto meno ammantato di eroismo e romanticismo. Little Annie Rooney (William Baudine, 1925) e The Greatest Show on Earth (Cecil B. de Mille, 1952) esaltavano ad esempio l’aspetto sacrificale, il coraggio, la bontà e la tolleranza del donatore. Emir Kusturica in Life is a Miracle (2004) conferisce all’atto della trasfusione una valenza simbolica capace di abbattere le barriere tra razze e religioni. Il filone catastrofico Earthquake (Mark Robson, 1974) evidenzia la dimensione umana della donazione. Nel remake hollywoodiano che narra la ferita mai rimarginata dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, una suadente e bellissima crocerossina, placa gli animi dei suoi innamorati, chiedendo loro di donare sangue e i due contendenti si trovano a versare invece che lacrime, gocce del loro sangue in una bottiglietta della Coca Cola, icona di un’America in ginocchio, ma che è pronta a reagire. Gli anni scorrono veloci e quando Spielberg dirige Guerra dei mondi (2005) l’appello per il sangue è molto equilibrato, meno emotivo e rivolto solo ai gruppi 0+ o RH-.