
Lo studio in collaborazione con l’Università degli Studi della Tuscia si avvale di tecniche di proteomica con la finalità di: a) individuare soluzioni conservanti che possano ridurre i fenomeni di stress ossidativo a cui vanno incontro le proteine della membrana eritrocitaria; b) studiare le alterazioni del proteoma plasmatico durante il processo produttivo e di conservazione; c) confrontare la qualità e la purezza dei prodotti derivati dal plasma con quelli di origine ricombinante. Il tempo di storage delle emazie concentrate è legato all’aumento di rischi che si possono tradurre in un forte stress ossidativo in grado di influire sull’efficacia trasfusionale. Di conseguenza, l’eliminazione dell’ossigeno nelle sacche di stoccaggio e la creazione di un’atmosfera inerte ha dimostrato di poter ridurre l’entità dei fenomeni ossidativi nello stoccaggio di emazie concentrate.
Recentemente è stata proposta una nuova soluzione, la CPD-AS65, che sembrerebbe migliorare notevolmente le condizioni di conservazione soprattutto in condizioni di anaerobiosi. Il nostro intento è quello di realizzare uno studio proteomico comparativo cinetico tra emazie conservate in CPD-AS65 in presenza e in assenza di ossigeno.
Fenomeni di “storage lesions” si verificano anche durante le varie fasi del processo produttivo del plasma. La valutazione delle alterazioni subite dal proteoma del plasma durante questo processo si articolerà in due fasi. Nella prima fase verrà caratterizzato e studiato il proteoma nativo del plasma. Nella seconda fase si analizzeranno gli effetti indotti sul proteoma dal successivo processo di congelamento, essenziale per la produzione del plasma fresco congelato (PFC).
Nel campo della produzione degli emoderivati (Fattori VIII, IX, e immunoglobuline G aspecifiche per uso endovenoso) invece ad oggi si avverte una forte necessità di controllo della qualità dei preparati in commercio. In tal senso la proteomica si propone come un valido strumento in grado di valutare e raffrontare qualità e purezza dei prodotti, non che evidenziare eventuali neoantigeni che potrebbero avere un ruolo nell’insorgenza di inibitori (dei fattori della coagulazione) o di fenomeni di ipersensibilità.

